Villa Ludovisi007
storia 3
3 settembre 2015
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Villa Ludovisi

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Villa Ludovisi in una stampa dell'epoca

Villa Ludovisi in una stampa dell’epoca

Claudia ConfortiLa descrizione di Henry James, annotata nel Taccuino romano il 27 aprile 1873, ripercorre, con sguardo roman­tico, uno dei luoghi più suggestivi della Roma secentesca, quella silva ludovisia della quale Gabriele d’Annunzio una decina di anni più tardi celebra gli incanti: «Per l’an­tico viale de l’Aurora / mentre i cipressi dormono a’1 mat­tino, / o nova principessa di Piombino, / tu passi; e a te d’intorno il vento odora. (…) Vive d’intorno a te la grande flora / ludovisia crescendo a’1 sol latino (…) / E le fontane vivono; e l’intensa / voluttà de la vita, a’1 tuo passare, / urge fino i cipressi alti e quieti».

«Con L.B. di mattina a Villa Ludovisi, che fummo d’accordo nel giudi­care indimenticabile. Adesso la villa appartiene al re che vi ha alloggiato la sua consorte morganatica. (…) I terreni e i giardini sono immensi e l’imponente cinta muraria in scabro laterizio della città si staglia allungandosi sullo sfondo, facendo risal­tare i sette colli, senza per questo perdere la propria grandiosità. C’è di tutto: viali ombrosi, inclusi nell’ab­braccio dei secoli, boschetti, vallette, stagni, prati rigogliosi, fontane folte di canne, distese fiorite cosparse di enormi pini obliqui. (…) Non ci potrebbe essere nulla di più solenne e grandioso di questo giardino da cui si vedono i bastioni della città che innalzano i loro fantastici parapetti sopra gli alberi e i fiori. Essi sono tappezzati di viti e da antichi e sinistri baluardi che erano, eccoli trasformati in solatie pareti colme di frutti, la cui funzione è ora solamente quella di proteggere una splendida e munita intimità».

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Lungo gli arrotondati crinali dell’antico collis hortulorum, nell’area delimitata dalle mura aureliane tra Porta Collina e Porta Salara, dove già fiorirono i mitici horti sallustiani, Ludovico Ludovisi, Cardinal nipote di papa Gregorio XV, agli inizi del seicento, volle gareggiare con la memoria degli antichi giardini romani. Tra il 1621 e il 1622 egli acquista in rapida successione, la vigna e il casino Del Nero, la vigna e la villa di Giovanni Antonio Orsini, adiacente alle mura e, infine, le vigne dei cardi­nali Capponi e Monti. L’assetto del nuovo giardino, minutamente delineato da un’incisione di Giovan Battista Falda della seconda metà del sec. XVII, rivela ancora nella plurifocalità pro­spettica, la parcellizzazione delle proprietà preesistenti: esso infatti è organizzato per parti diversamente orien­tate e compartite, gravitanti ognuna intorno a fulcri architettonici e prospettici diversi.

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L’emergenza architettonicamente più rilevante è costituita dal «pa­lazzo grande», nel settore meridiona­le, accanto all’ingresso e confinante con gli orti dei Cappuccini, dove la preesistente Villa Orsini è riorganiz­zata al centro di un sistema di terra­pieni, sui quali si dispongono rispet­tivamente: la grande piazza terraz­zata di accesso, dominata dalla «fon­tana del Tritone», da dove si svolgo­no, fino alle mura, i viali che compar­tiscono il labirinto; il piccolo pre­cinto di fiori e piante esotiche, poste­riore alla villa; e, infine, a occidente, il grande giardino segreto, al centro del quale si gonfiano gli aerei turgori di una sinuosa voliera.

La facciata principale della villa (demolita alla fine dell’ottocento) è dettagliatamente testimoniata da un’in­cisione di Giuseppe Vasi, che nel suo Itinerario istruttivo di Roma (1763) ricorda l’edificio «edificato col disegno del Domenichino, la cui facciata è adornata di statue, di busti e di bassorilievi antichi; e nell’interno contiene una superba raccolta di sculture antiche». In effetti il colle­zionismo archeologico del Cardinale Ludovisi costituisce l’elemento caratterizzante del giardino e delle sue fabbri­che, letteralmente disseminati e incrostati di statue, bas­sorilievi, epigrafi, frammenti architettonici.

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Antichi sono i due grandi vasi di terracotta che ornano il piazzale di accesso al «palazzo grande» e che proven­gono dagli scavi presso San Francesco a Ripa; antica la colossale testa di Giunone, già nella collezione Cesi, della quale Goethe scrive entusiasticamente: «È stata il mio primo amore a Roma (…). Non vi sono parole, che pos­sano renderne un’idea: è un canto di Omero»; antico il profilo della Medusa morente apposto sulla facciata prin­cipale del «palazzo grande».

Infine un vero e proprio antiquarium en plein air anima di marmorei biancori i recessi ombrosi e le gallerie di verzura che imprimono dimensione d’architettura al bosco in forma di labirinto, che si prolunga sul piazzale d’accesso. L’infaticabile collezionismo antiquariale del Cardinale Ludovico trasforma il preesistente «casino Capponi», posto ad oriente lungo il tracciato viario proveniente da Porta Salara, in una «Galleria di statue», come recita la leggenda del Falda; ingentilisce il «casino dei Pranzi o del Guardaroba » che affaccia sulla via di Porta Pinciana; infine collabora con gli affreschi del Guercino ad impre­ziosire il «casino del Belvedere» (oggi «della Aurora»), circondato anche esternamente da «un bel teatro di sta­tue antiche», a quanto testimonia il Roisecco, nell’opera Roma moderna distinta per Rioni, pubblicata a Roma nel 1741.

È questo l’unico edificio che seppure ampliato nel 1858 su progetto dell’architetto Nicola Carnevali, si conserva attualmente dell’originaria sistemazione impressa dal Cardinal Ludovisi. Il casino secentesco, ad impianto cru­ciforme, ingloba, su probabile progetto di Carlo Maderno, una preesistente costruzione cinquecentesca, facente parte della vigna del Cardinal Del Nero. Esso è costituito da un piano terra, da un primo piano e da una stanza ter­minale a torre, la cui panoramicità giustifica l’antica denominazione di Belvedere: lassù in cima si godeva, ancora all’epoca di James: «una veduta dei grandi ombrelli ritorti dei pini, alti sopra un orizzonte selvoso, sospesa contro un cielo di pallido zaffiro».

All’interno la volta del salone centrale è sfondata illusivamente dai prospettivismi aerei del Carro dell’Aurora, dipinto intorno al 1621 da Guercino e da Agostino Tassi; allo stesso Guercino si deve il Soffitto della Fama «espressa da una figura di Donna, che suona la tromba e porta un ramo d’olivo» (G. Vasi), nella sala centrale del primo piano. In un’altra sala del piano terra le pareti si spalancano su paesaggi dipinti da Domenichino, Guer­cino e altri, mentre il gruppo con «Giove, Plutone e Net­tuno», dipinto a olio sulla volta dello studiolo già del Car­dinale Del Monte è stato recentemente attribuito al Cara­vaggio.

La sistemazione architettonica dei giardini e delle fabbriche è stata tradizionalmente attribuita al Domenichino, sulla scorta di una frase del Bellori, che nella vita del pittore e architetto bolognese, ricorda: «… sua architet­tura è nel giardino Ludovisi lo scompartimento del boschetto delle statue», ovvero del labirinto di verzura, che ospita la pregevole collezione di statuaria antica, che abbiamo precedentemente ricordato.

L’estensione dell’attribuzione al Domenichino di tutta l’architettura dei giardini e delle fabbriche sembrava cor­roborata dall’incarico, rivestito proprio in quegli anni da Domenichino, di architetto dei Palazzi Apostolici, oltre che dal suo ruolo di fedele collaboratore del committente, nonché conterraneo, Cardinal Ludovisi. Tale attribuzione, pur restando valida nelle grandi linee, risulta oggi sensibilmente corretta: è certo infatti che all’impresa progettuale ha dato un contributo non secondario Giovanni Battista Agucchi, il dotto prelato bolognese, segretario del Cardinale Ludovico, a sua volta mecenate e dilettante d’arte.

Risulta inoltre assai probabile, come abbiamo antici­pato, un intervento di Carlo Maderno, impiegato dal Ludovisi proprio in quegli anni nelle fabbriche di Zagarolo e al quale si deve, tra gli altri, un disegno autografo, conservato al Museo di Roma, che delinea l’assetto plani­metrico della vigna e della villa Orsini, destinate a costi­tuire, lo abbiamo rammentato, il nucleo centrale degli horti Ludovisi.